A distanza di 39 anni Platoon, uno dei film più disturbanti mai realizzati sulla guerra del Vietnam, continua a colpire il pubblico con la sua visione cruda e personale del conflitto. Il regista, Oliver Stone, che ha vissuto direttamente l’esperienza della guerra, crea un’opera che si distacca dalle tradizionali rappresentazioni del conflitto, spesso incentrate su eroismo e onore. Al contrario, il film offre una riflessione dolorosa su ciò che la guerra fa all’animo umano, evidenziando la disumanizzazione, la violenza cieca e le profonde trasformazioni psicologiche che essa provoca nei soldati.
La storia è quella di Chris Taylor (Charlie Sheen), un giovane idealista che si arruola per combattere in Vietnam, abbandonando una vita privilegiata da studente universitario. Quello che trova una volta sul campo di battaglia è ben lontano dalle sue aspettative: immerso nel caos della guerra, Taylor si rende subito conto di essere intrappolato in un ambiente dove il valore della vita umana è ridotto a nulla. La sua storia è quella di un ragazzo che, senza alcuna esperienza, deve adattarsi rapidamente a una realtà che lo spinge verso una continua lotta per la sopravvivenza. La guerra, invece di essere un terreno dove si combatte per una causa, è un luogo dove si lotta per non perdere la propria umanità.
Uno degli elementi più potenti del film è il conflitto tra i due sergenti principali: Elias (Willem Dafoe) e Barnes (Tom Berenger). Il primo è un uomo compassionevole, che tenta di mantenere la propria moralità e umanità in un mondo che le minaccia continuamente. Il secondo, al contrario, è cinico, crudele e disposto a tutto per sopravvivere, inclusi atti di violenza gratuita. Questo scontro tra le loro due visioni della guerra diventa il centro di Platoon, rappresentando le forze contrapposte all’interno del cuore umano. Taylor si ritrova tra questi due uomini, diviso tra il desiderio di credere in un’idea di giustizia e la dura realtà di un conflitto che non ammette debolezze. Il film non fornisce facili risposte, ma illustra piuttosto come ogni soldato sia costretto a fare i conti con il proprio lato oscuro.
La narrazione, che si sviluppa attraverso le lettere di Taylor inviate alla nonna, è un altro aspetto distintivo di Platoon. A differenza di altri film che usano la voce fuori campo per spiegare o chiarire le azioni dei personaggi, il racconto in Platoon è un mezzo per esplorare la confusione e la frustrazione di un giovane soldato. All’inizio, la sua voce è carica di speranza e di idealismo ma, col proseguire del conflitto, essa diventa segnata dalla paura, dalla rabbia e dalla disillusione. Taylor non cerca di spiegare la guerra, ma di vivere l’esperienza, giorno per giorno, cercando di capire come rimanere umano in un contesto che sembra spingere tutti verso la follia. Il cambiamento nel tono delle sue parole, che evolve da speranza a disperazione, diventa una potente testimonianza di ciò che la guerra fa alle persone, non solo fisicamente, ma anche psicologicamente.
Il realismo alla base di Platoon è in gran parte il risultato delle esperienze di Oliver Stone: non si tratta di una rappresentazione teorica della guerra, ma di una testimonianza vissuta da chi l’ha attraversata in prima persona. Il regista, che ha servito nella 25ª Divisione di Fanteria e nella 1ª Cavalleria durante la guerra del Vietnam, porta sullo schermo una verità che va oltre la finzione cinematografica. Ogni scena di Platoon trasuda autenticità, dalla calura soffocante della giungla alla noia che si trasforma improvvisamente in paura, fino alla violenza imprevedibile che colpisce tra i soldati stessi. La guerra in Platoon non è glorificata, ma presentata come una condizione di sopravvivenza, dove i soldati sono costantemente messi alla prova, non solo dalla brutalità del nemico, ma anche dalle scelte morali che sono costretti a fare.
La scelta di Stone di affidare i ruoli principali a Tom Berenger e Willem Dafoe, entrambi attori noti per aver interpretato ruoli molto diversi, è un altro esempio di come il film sfidi le convenzioni. Berenger, conosciuto per i suoi ruoli da eroe, qui interpreta Barnes, un uomo che diventa il simbolo della disillusione e della brutalità della guerra. Dafoe, che aveva spesso interpretato villain, dà vita a Elias, un personaggio che cerca di mantenere la sua umanità in un mondo che la distrugge. Questi personaggi non sono semplici simboli del bene e del male, ma figure complesse e sfaccettate, che portano il pubblico a riflettere sulla difficoltà di navigare tra giusto e sbagliato in un contesto di guerra.
La mancanza di una risoluzione chiara alla fine di Platoon è una scelta stilistica voluta. Il film non offre risposte facili, né cerca di spiegare la guerra in termini morali o politici: al contrario, lascia che il pubblico senta la guerra, lo strazio e la disperazione dei soldati, senza alleggerire il peso dell’esperienza.
Nonostante il successo immediato al botteghino, Platoon non si limita a raccontare una storia di guerra, ma è una riflessione profonda sulla natura umana e su come un’esperienza così traumatica possa alterare per sempre chi la viva. Con la sua autenticità e la sua profondità psicologica, Platoon ha segnato un punto di svolta nel modo in cui il conflitto del Vietnam è stato rappresentato al cinema, aprendo la strada a film che raccontano la guerra dal punto di vista umano, piuttosto che da quello politico o di glorificazione dell’eroe.
Leggi anche: «Un pugno allo stomaco»: questo straziante film horror vi farà piangere dal dolore
Fonte: CBR
© RIPRODUZIONE RISERVATA