Una studentessa, Johanne (Ella Øverbye), è sempre più emotivamente legata ad una sua insegnante di scuola, Johanna (Selome Emnetu), che le apre le porte della sua casa e ascolta con premure le sue domande, i suoi pensieri. Affidati ad un diario personale gli scritti intimi di Johanne sul suo primo amore creano attriti all’interno della sua famiglia, spingendo sua madre Kristen (Ane Dahl Torp) e sua nonna Karin (Anne Marit Jacobsen) a riconsiderare le proprie realtà e i propri sogni, innescando un vivace dibattito tra donne.
Con Dreams (Drømmer, cioè “sogni”), vincitore dell’Orso d’oro alla Berlinale 2025, il regista norvegese 60enne Dag Johan Haugerud ha completato una trilogia sui rapporti umani iniziata e già conclusa nel 2024 con altri due film, Sex (“sesso”) e Kjærlighet (“amore”), che si era visto nel Concorso dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Del trittico, firmato da uno scrittore divenuto in seguito regista di cui i festival si sono improvvisamente accorti lo scorso anno, rappresenta il perfetto compimento e il punto più alto, raggiungendo una limpidezza cristallina degli intenti e della forma.
Dreams è innanzitutto, per citare l’eterno maestro portoghese Manoel de Oliveira, un film parlato. Molto spesso affidato alla stessa voice-over della giovane protagonista diciassettenne, studentessa di un istituto scolastico alle prese coi fremiti, i desideri, le delusioni e i contraccolpi di un innamoramento che ha il sapore dell’infatuazione stordente. La scrittura, così densa e letteraria nel radiografare e scandire minuziosamente ciò che passa per la stessa di Johanna, è un flusso incessante di suggestioni emotive e riflessioni filosofiche, fornendo al regista-sceneggiatore Haugerud lo status di cantore dei sentimenti come di rado se ne vedono, per cura certosina e dedizione, nel cinema contemporaneo.
Nel solco di un impressionismo dell’anima e di una levigata delicatezza esistenziale che non può non far pensare a una sorta di erede odierno del francese Eric Rohmer, il più soffuso e meditativo tra i pilastri della Nouvelle Vague, Dreams crea un alfabeto sentimentale tutto suo, scandito dalla psicologia contorta, romantica, pessimista e tormentata della sua protagonista: uno spudorato esercizio del proprio desiderio adolescenziale reso ancora più tragico dalla stessa reticenza cui Johanne lo condanna, e che nonostante ciò scorre sul grande schermo con un afflato lirico perfettamente valorizzato dall’impianto cinematografico.
Premiato alla Berlinale 2025 con l’Orso d’oro dalla giuria presieduta dal regista Todd Haynes, alfiere del cinema queer, Dreams non sgorga mai appieno nell’erotismo saffico e rimane avvolto in un’aura di dolce e delicata meta-riflessione sull’amore che investe anche la sua rielaborazione attraverso i ricordi, le memorie, la parola scritta, in una buona sostanza la “letteratura”, chiamata a trasfigurare, ma anche inevitabilmente ad adulterare, nel momento in cui la esercitiamo sulle cose, la sostanza delle nostre esperienze e del modo in cui le digeriamo e assorbiamo.
Tale vertiginosa coscienza meta-testuale (i riferimenti spaziano dalle sorelle Brontë a delle scale escheriane) è anch’essa una primizia, oltre che segnata da un filo rosso che accomuna l’astro nascente della cinematografia scandinava Haugerud a registi del calibro di Woody Allen, Olivier Assayas (nelle sue parentesi con la commedia sofisticata) o, nel campo dell’arthouse più estremo, all’argentino Mariano Llinás, il regista del folle e fluviale La Flor (basti guardare il modo in cui è evocato per immagini il romanzo L’ésprit de famille di Janine Boissard nella prima parte).
Dreams, sofisticato coming of age su una ragazza chiamata a scoprire, attraverso il grande amore che le attraversa corpo e mente, la donna che vorrà essere, si approccia all’incandescenza dell’innamoramento con uno sguardo solo in apparenza soffice e nostalgico (ben rappresentato dall’insistenza sul tema tattile della lana e del fare a maglia, tra l’altro). Sotto le pieghe delle percezioni della protagonista si annidano anche una cupezza tagliente e una fragilità irredimibile che molto ha a che fare con i traumi e le mancanze della generazione Z e della sua faticosa ricerca di un equilibrio nello stare al mondo. Una nota di merito, oltre ai bei passaggi “discorsivi” che scomodano Flashdance di Adrian Lyne e il biblico sogno di Giacobbe, anche alla maniera precisa e sottilmente accurata con cui è raccontata l’atmosfera di Oslo e la sua city, che fa da algido e moderno sfondo urbano a questa storia d’amore tanto sognata e inespressa quanto singolare e irripetibile.
Foto: @AgneteBrun_K1
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